
oggi è una giornata demoralizzante. in cui le miserie della quotidianità si mescolano con l’afa. diventando un tutt’uno. faticoso e poco gradevole.
sono andata al negozio del pakistano sotto casa. che poi spesso chi ci lavora è del Bangladesh. o dello Sri Lanka.
appena entrata percepisco uno strano ambiente. due uomini stanno chiedendo i documenti al commesso. che non è il proprietario. è solo un ragazzo. è nervoso. non parla bene l’italiano. con noi un’altra cliente. africana. neanche lei parla bene l’italiano. ma capisce che i due italiani. meridionali. e lo specifico perché a Bologna un meridionale dovrebbe sapere cosa significa discriminazione. non sono gentili. non sono educati. sono pieni di pregiudizi. hanno già deciso l’accusa senza nemmeno finire il controllo.
ma non importa. stiamo tutte e due zitte e aspettiamo con calma che il ragazzo parli al telefono con il suo capo. non perché crediamo che vada tutto bene. ma perché siamo solidali con un ragazzo che sta lavorando e non è responsabile delle regole che governano questo paese e il negozio che gli dà lo stipendio. lui lavora e basta. e noi stiamo zitte e aspettiamo. in silenzio.
uno dei due uomini. un galantuomo. gli dice in malo modo di non farci aspettare. di mettere giù il telefono e di servirci. mi arrabbio. per la scortesia del suo tono autoritario. non abbiamo problemi ad attendere. rispondo. siamo perfettamente in grado di farci valere da sole qualora ne sentissimo l’urgenza. giusto? e mi rivolgo alla signora. giusto. mi risponde con gli occhi.
l’uomo si arrabbia. lo ha fatto per fare piacere a noi. per essere gentile. dice. ron deve preoccuparsi. rispondo. capiamo l’agitazione del momento e aspettiamo. perché chiunque venga sottoposto a un controllo si innervosisce. carte in regola o meno. il ragazzo conclude la telefonata. fatica a concentrarsi. deve andare a prendermi l’acqua. l’acqua è dietro al galantuomo. e per chiedergli di spostarsi per riuscire a passare lo chiama “amico”. già. perché gli stranieri quando parlano sono maleducati. irriverenti. irrispettosi perfino. il ragazzo non chiede permesso. non dice mi scusi mi fa passare?
ma chi gliel’ha insegnato l’italiano a questo ragazzo? dove o da chi imparano l’italiano gli extracomunitari?
uno dei primi approcci che hanno con la lingua e le maniere italiane è in questura. per richiedere il permesso di soggiorno. una delle esperienze più umilianti che mi sia mai capitata e alla quale nessun straniero può sottrarsi. una vera e propria impresa se non si parla benissimo la lingua e non si è familiari con la burocrazia italiana. come se fosse normale arrivare in un paese straniero e parlarne la lingua.
ma torniamo alle maniere. come ci rivolgiamo noi agli stranieri? siamo rispettosi nei loro confronti? diamo loro del Lei? diciamo buongiorno e buonasera? usiamo grazie e prego come richiederebbe un qualsiasi parigino se vogliamo che ci risponda con altrettanta cortesia?
uno straniero adulto che arriva in Italia impara la lingua che gli insegnano le persone con cui ha a che fare. impara da questi incontri l’educazione le abitudini e i modi di dire della nuova cultura. non ha frequentato la scuola italiana. anche se non credo che la cortesia e l’educazione oggi si insegnino a scuola. il ragazzo del negozio sotto casa parla con la cortesia che gli hanno insegnato i suoi clienti. parla la stessa lingua con cui i due ispettori parlano con lui.
sarebbero diverse le nostre giornate se a casa a scuola e per strada insegnassero il rispetto? se insegnassero le buone maniere? come credo le insegnino in Messico. no. non in Francia. in Messico!
e ai due ispettori chi gliel’ha insegnata la prepotenza? dove hanno imparato a essere razzisti? non si parla mai della discriminazione che subiscono i meridionali al nord. e per nord intendo al massimo a 1000 chilometri di distanza all’interno dello stesso paese. cosa significa crescere in Emilia Romagna o Lombardia o Veneto con un nome o un cognome tipicamente meridionale? io me li ricordo i commenti a scuola. le sento ancora le battutine per strada. sono diminuite rispetto agli anni settanta e ottanta. perché adesso il razzismo si sfoga con gli extracomunitari.
eppure l’Italia ha una lunga storia di migrazione. avete visto il film di animazione Manodopera che in francese però si intitola Interdit aux chiens et aux italiens e che tradotto diventa Proibito ai cani e agli italiani? peccato abbiano deciso di cambiare il titolo.
rientro a casa. dove mi attende un grande specchio. già. come mi parla mio figlio? chi gliel’ha insegnato a essere irrispettoso? chi gliele ha insegnate le parolacce?
mi fermo. mi siedo. rifletto. va bene il disagio dell’adolescenza la ribellione eccetera… ma in casa mia c’è un modo di comunicare sbagliato. patriarcale. prepotente. irriverente. vorrei tanto poter dire che ha imparato per strada. o a scuola. con i suoi amici. e chissà chi frequenta! ma la verità è che le sue parole e i suoi modi sono nella nostra famiglia da generazioni. sono un’eredità. tramandata di generazione in generazione. dai miei nonni ai miei genitori. dai miei genitori a me. da me a mio figlio.
in tutto questo ricordo la mia adorata nonnina comunista che ripeteva ogni giorno una citazione del Vangelo. NON FARE AGLI ALTRI CIÒ CHE NON VORRESTI FOSSE FATTO A TE. ma non è facile cambiare. solo per fare questa riflessione ho avuto bisogno di una vita e di tante altre cose. psicologia. psicogenealogia. psicomagia. pedagogia. romanzi. saggi. mostre. viaggi. e sono ancora qui.
Lina Vergara Huilcamán
Bologna, settembre 2025
